C’è stato o no nel tempo uno scippo ai danni del Sud quantificabile in una minore destinazione di risorse pubbliche di circa 60 miliardi all’anno? Su Repubblica.it l’Osservatorio sui conti pubblici italiani (Cpi, a firma Galli e Gottardo) ha attaccato la Svimez e in specie il suo presidente Adriano Giannola per una affermazione in tal senso.

Non è la prima volta. Ricordiamo l’attacco di Zaia a Giannola in occasione del meeting Cl 2019 a Rimini. La Svimez è la bestia nera di chi negli anni ha accresciuto il divario Nord-Sud, agendo da un lato proprio sulla destinazione delle risorse pubbliche, e accreditando dall’altro la favola di un Sud sprecone, inefficiente, piagnone, male amministrato, inquinato da malaffare e criminalità organizzata. A fronte di un Nord virtuoso, efficiente, cristallino nella gestione della cosa pubblica. È una rappresentazione teatrale antica e lontana dalla realtà sia per il Sud che per il Nord, come dimostrano le cronache politiche e giudiziarie.

Il problema nasce ora perché negli ultimi anni il teatrino è stato svelato anche in sedi pubbliche e politicamente rilevanti, come audizioni e indagini conoscitive parlamentari. Accendendo un faro sull’autonomia differenziata richiesta da tre regioni – Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna – e volta ad appropriarsi di una quota ancora maggiore delle risorse pubbliche. Qui c’è stata la deflagrazione, oggi ulteriormente accentuata dalla necessità di decidere l’allocazione dei fondi Ue in arrivo.

Diciamo subito che il calcolo di 60 miliardi di euro all’anno è fatto sui dati dei Conti pubblici territoriali dell’Agenzia per la coesione, moltiplicando le risorse pubbliche riferite a ogni persona per la popolazione nel territorio. Tot euro a persona per tot persone nella comparazione territoriale segna per la popolazione del Sud meno 60 miliardi. Come si può dire che è sbagliato? Semplice. Detraendo dalle risorse computabili questa o quella spesa, per cui il totale cala. E per un colpo di bacchetta magica non è il Nord che scippa al Sud, ma il Sud che scippa al Nord.

È questa l’operazione del Cpi. Detrae dalle risorse computabili anzitutto la spesa riferibile a società quotate in borsa come Eni, Enel, Poste Italiane e Leonardo, essendo “pressoché inevitabile che la spesa di queste società sia maggiore nelle regioni più ricche, in cui la domanda è più elevata e le opportunità d’affari sono tipicamente maggiori”. Con i 60 miliardi si includono quindi spese “il cui meccanismo di allocazione è fondamentalmente il mercato e non una decisione politica”. Lasciando agli economisti l’analisi, si può tuttavia dire che l’argomento prova troppo. Portandolo fino in fondo, si trae che queste società sono inutilizzabili per qualunque politica di riequilibrio territoriale, che le devierebbe inevitabilmente dalla logica di mercato. Anzi, è fatale che diventino uno strumento di divisione del paese. In tal caso, sarebbe saggio chiuderle.

Per il Cpi va poi espunta dal computo la spesa pensionistica. Al Nord più lavoro, più reddito, più contributi, più pensioni. È un dato puramente fattuale, non una scelta. Quindi la spesa pensionistica non va conteggiata. Se non fosse però che le pensioni in atto non sono – e non saranno per anni – totalmente basate sul metodo contributivo, ma sono in larga parte ancora sul retributivo, con un apporto della fiscalità generale rilevante. Per non dire che le regole sulla tipologia delle pensioni e sul trattamento sono scelte politiche che ne determinano alla fine oneri e vantaggi anche in chiave territoriale.

Infine, il Cpi rispolvera l’argomento che il costo della vita è inferiore al Sud, e dunque giustifica meno trasferimenti. Dimenticando però che al Sud è inferiore anche la dotazione di servizi e infrastrutture, dagli asili nido ai trasporti alla sanità all’istruzione. Questo compensa un costo della vita formalmente minore in base a un paniere astratto con maggiori spese per viverla in concreto ogni giorno. Si avvicinano tempi duri. Zaia ha già diffidato ad adempiere sull’autonomia differenziata. Per il Recovery Fund i vampiri sono dietro l’angolo. C’è chi è pronto a sostenere che per un’alta velocità tra Napoli e Reggio Calabria l’investimento non è redditizio. Meglio farla in Veneto. Ed è solo per il destino cinico e baro che l’85 % della rete AV è nel Centro-Nord. In questo modo il paese va in pezzi e il Sud affonda. Aspettiamoci siluri nella conferenza Stato-Regioni ad egemonia nordista, in cui la subalternità di chi rappresenta il Sud è una costante storica. Per i politici naviganti c’è già l’allerta meteo.